lunedì 19 settembre 2016

Capitale investito - Aleksandr Voinov

Titolo: Capitale investito
Autore: Aleksandr Voinov
Traduttore: Martina Nealli
Editore: autopubblicato
Pagine: 373
Prezzo: 6,99

Voto: 4/5

Trama:
Martin David, analista finanziario volenteroso ma inesperto, è l’ultimo arrivato nel team investimenti della Skeiron Capital Partners, società di private equity con sede a Londra. Il suo capo è un noto genio della finanza, ma è anche prepotente e severo. Nonostante le sue bizze, Martin è attratto da lui dal punto di vista sia professionale che personale; peccato che l’uomo non ricambi. 
In un ufficio dove le amicizie e il pedigree contano molto più di una laurea in economia fresca di stampa, Martin si sente disperatamente inadeguato – almeno finché non incontra l’enigmatico Alec Berger, consulente e gestore patrimoniale, che promette di aiutarlo a costruirsi un nome e una reputazione nell’ambiente della finanza. Martin è talmente affascinato dall’acume e dai modi raffinati dell’uomo che acconsente a passargli informazioni riservate. 
Poi arriva la crisi. Le banche colano a picco, le compagnie finanziarie si aggrappano con le unghie al bordo del baratro, e la sopravvivenza della stessa Skeiron viene messa a repentaglio. Martin si ritrova nel mezzo di una battaglia per il controllo della società, dove non si combatte soltanto l’economia in declino, ma anche un nemico spietato che approfitta della situazione per uscire dalle tenebre e reclamare la sua preda. 

Capitale investito è un thriller finanziario a tema gay dall’autore vincitore dell’EPIC Award nonché finalista al Lambda Award Aleksandr Voinov.

Recensione: Capitale investito è il terzo lavoro di Voinov che leggo e per la terza volta, ve lo dico già da ora, non mi ha convinta al cento per cento. Ciò non significa, però, che non mi sia piaciuto, e infatti gli ho dato 4 stelline su 5. 
Ma andiamo con ordine. Cosa mi è piaciuto? Quello che mi piace sempre dei testi di questo autore: come è scritto. Voinov non segue i soliti cliché dei romance M/M (e infatti questo non si può definire un romance), ha uno stile suo, elaborato, ma non troppo, che fa sì che i lettori riescano a seguire le vicende pur non avendo la benché minima idea di come funzioni il mondo della finanza (ossia lettori come me). Non solo, lo stile scorrevole dell'autore intriga, Vioinov è sicuramente in grado di suscitare curiosità e interesse per le sorti dei suoi personaggi. Insomma, dal punto di vista linguistico mi ha conquistata. 
Invece dal punto di vista narrativo mi ha lasciata per la terza volta un po' insoddisfatta. Sono giusto due o tre cosette. La prima riguarda Martin che, come è scritto nella quarta qui sopra, passa informazioni ad Alec. Per me questa parte della storia, così come è stata impostata, non risulta molto credibile. Martin appare a volte intelligente, altre troppo ingenuo. E la scusa che sia affascinato da Alec regge solo fino a un certo punto. Altra cosa è il cambiamento improvviso di Francis. La caratterizzazione di questo personaggio sembra poco coerente, date le premesse che ci hanno accompagnato per quasi tutto il libro. Francis cambia d'improvviso e questo lascia il lettore perplesso, ha lasciato me perplessa. 
L'ultimo punto è che, nella quarta, si parlava di thriller finanziario, ma per me questo libro non è un vero thriller. Per esserlo, avrebbe dovuto creare più suspense, più aspettative nel lettore, più tensione. E data questa premessa, poi si resta un po' delusi. 
Ripeto che comuque mi è piaciuto, quindi confermo il voto!

lunedì 5 settembre 2016

Dichiara sempre gli interessi in gioco! - Di blogger e di copie omaggio

Articolo e traduzione di Martina Nealli

Qualche mese fa, girando sul web, mi sono imbattuta in un articolo della scrittrice inglese KJ Charles, specializzata in M/M storici (e autrice di un blog che, se capite anche solo in minima dose l’inglese, vi consiglio di seguire: parla del mondo editoriale e lo fa in modo sempre interessante). Il tema dell’articolo era l’onestà dei blogger/recensori, soprattutto di quelli che utilizzano il sistema delle cosiddette ARC (le copie che autori e/o editori inviano gratuitamente ai blog del settore in cambio di una recensione); perché – si chiedeva KJ Charles – chi riceve una copia omaggio non dovrebbe dichiararlo nella recensione? Non sarebbe scorretto se non lo facesse? Non è un diritto del lettore sapere se chi recensisce ha pagato o meno per avere quella copia? 

Portare l’argomento in Italia – e soprattutto nel mercato dei romanzi M/M, all’interno del quale lavoro – è come spiegare l’astrofisica al mio gatto. Nel mondo anglosassone (vedi Amazon.com) la frase “I got this ARC in exchange for an honest review” è piuttosto frequente, e il dibattito gira appunto intorno agli autori che chiedono ai blogger di ometterla. In Italia non ricordo di aver mai visto un solo annuncio “Ho ricevuto una copia omaggio di questo libro in cambio di una recensione sincera”, o anche solo “Grazie a Pinco Pallo per avermi dato l’opportunità di recensire questo libro” (formula subdola, ma noi italiani siamo bravi col politichese), e sono abbastanza certa che gli autori non c’entrino niente: abbiamo i blog che si censurano da soli.

Di più: non è nemmeno considerato particolarmente scorretto recensire libri di amici/colleghi/capi/collaboratori (conosco un solo blog che sotto ogni articolo include una breve biografia dell’autore della recensione, ed è il blog per cui sto scrivendo). Le obiezioni che vengono mosse quando si cerca di far notare che forse l’atteggiamento non è il massimo dell’onestà sono riconducibili a due punti:

1) Ah, ma io sono sincero lo stesso, anche quando recensisco amici/colleghi/ecc! Porgo i miei complimenti (davvero: io non ci riuscirei; avrei sempre, in un angolo remoto del cervello, la nozione “stai parlando di una persona che conosci/che è tua amica”), ma ribatto: se sei sincero, perché non dichiarare la tua posizione? Pensi che dichiararla infici il valore della recensione? Allora è meglio ingannare il lettore? 

2) Ma lo sanno tutti che io e Stellina Fragolosa siamo amiche/colleghe/ecc! 
A questo si può solo rispondere: NO. E poi: Ommioddio, pensi davvero che tutti i lettori di M/M seguano i social media e tengano il conto di chi conosce chi? (Ammetto che il ragionamento “è un mondo piccolo, ci conosciamo tutti” mi fa sempre incavolare; sarà che vengo da un altro mondo, e conosco fior di lettrici di M/M che non sono nemmeno iscritte a Facebook.) 

Questa premessa non per puntare il dito (a-ha! Ci eravate cascati, eh? E invece no. Se credete che nel pippone qua sopra mi riferissi a voi, proprio a voi, a te nello specifico… no, no. È un sistema troppo radicato per i j’accuse ;P), bensì per invitare alla riflessione. Il tema “etica e trasparenza” nel mercato italiano mi sembra indietro anni luce; ma magari, grazie ad articoli come quello di KJ Charles, di cui trovate la traduzione qua sotto, si può iniziare a parlarne. 

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(dal blog di KJ Charles): 

Facciamo un corso accelerato per rinfrescarci la memoria in materia di etica, okay? 

DICHIARA SEMPRE GLI INTERESSI IN GIOCO. 

Rapido, eh? Alla prossima! 

Okay, in effetti possiamo elaborare meglio il concetto. 

La trasparenza è un principio cardine delle comunità. Se sei un assessore che deve dare l’appalto per la raccolta della spazzatura, e all’asta si candida tuo cognato, che è il proprietario di una ditta di autotrasporti, lo devi dichiarare. Se sei avvocato e ti si chiede di difendere un uomo, e uno degli accusatori è un tuo amico di famiglia, lo devi dichiarare. Se hai un sito web che recensisce cosmetici, e sotto un altro nome possiedi un’azienda che produce rossetti, lo devi dichiarare. 

Magari l’impresa di tuo cognato è la migliore del mondo, e magari sei pronto ad applicare la legge anche a costo di rovinare un’amicizia, e magari sei una persona scrupolosa che sul suo blog di cosmetici non menzionerebbe mai i propri rossetti. Di conflitti d’interessi ce ne sono in ogni dove: il mondo è piccolo. Quando recensisco un romance M/M, è probabile che abbia interagito con l’autore sui social media – e può anche darsi che ci abbia lavorato insieme, visto che sono editor freelance. 

Ma l’unico modo corretto per gestire questi conflitti è la trasparenza. Dichiara espressamente la tua posizione, e lascia che siano gli altri a giudicare quello che fai e cosa pensi, alla luce dei fatti.


Se non lo fai, ciascuno sarà libero di trarre le proprie conclusioni sul perché hai agito in un certo modo – ed è possibile che queste conclusioni siano molto, molto peggio della realtà. Magari hai assegnato l’appalto a tuo cognato perché pensi che la sua sia l’impresa migliore, ma il pubblico votante potrà benissimo prenderti per un mascalzone, perché non l’hai dichiarato. Magari il tuo amico di famiglia è davvero innocente, ma chi ci crederà, se il caso puzza di insabbiamento? E che valore hanno le tue recensioni negative se la gente decide che lo fai soltanto per screditare i tuoi rivali? 

Su questa materia esistono leggi ben precise. Negli Stati Uniti, la Federal Trade Commission chiede che venga dichiarato qualsiasi vantaggio materiale, che si tratti di denaro o di prodotti omaggio, ottenuto in cambio della recensione, visto che la recensione servirà a sponsorizzarlo, quel prodotto. Se decido di acquistare un libro basandomi sulla tua recensione a cinque stelle, ho il diritto di sapere se per quel libro ci hai speso soldi oppure no. E senz’altro ho il diritto di sapere se l’hai scritta cedendo a ricatti morali – tipo gattini dagli occhi tristi e stuoli di suppliche alla “ma le recensioni negative fanno male agli autori!”. 

Le copie di lettura sono terreno sdrucciolevole. Il senso stesso delle ARC (advance reading copies) è che l’autore offre al recensore qualcosa (una copia gratuita del libro) in cambio di un vantaggio (la recensione). Insomma, è la natura stessa di questa transazione a essere, effettivamente, un po’ al limite. 

Ho ricevuto messaggi di lettori che si offrivano di lasciare recensioni a cinque stelle, se avessi inviato loro una copia del romanzo. È risaputo che le compagnie che si occupano di blog tour chiedono ai blogger di non pubblicare le recensioni a una o due stelle. Goodreads è pieno di libri zeppi di recensioni a cinque stelle lasciate da fan sfegatati in cambio di copie omaggio. E ci sono autori che pensano che l’invio di una copia omaggio debba tradursi non solo in una recensione, ma in una recensione positiva. (Inutile dirlo, ci sono anche tanti autori che non si sognerebbero mai di fare le pulci ai recensori, e recensori che dichiarano scrupolosamente tutti gli interessi in gioco. Non c’è niente di male nel ricorrere alle ARC, finché non si abusa del sistema. Il problema è che, come ogni sistema basato sull’onore, è facile abusarne). 

È una cosa che danneggia tutti quanti: spinge l’autore privo di etica in cima alle classifiche; delude il lettore, che viene fregato e finisce col comprare i libri incensati; danneggia gli autori che si tirano fuori dal sistema; sminuisce il valore delle recensioni oneste su cui la gente sgobba. Mina alle fondamenta la comunità dei lettori. Fa inceppare il sistema intero

Non è vero che dichiarare gli interessi in gioco fa “perdere valore” alla recensione. Al contrario, dimostra che il recensore ha principi etici. È celarli che discredita il recensore, l’autore, il libro, e tutto quanto il sistema. Nessun autore dovrebbe mai chiedere che la dichiarazione venga omessa, e nessun recensore dovrebbe mai sentirsi in dovere di ometterla. 

Breve riepilogo per chi con l’etica ha qualche difficoltà: 

- Non c’è niente di male nell’offrire una copia omaggio in cambio di una recensione; 

- Non è corretto chiedere solo recensioni positive; 

- Non è mai, mai, mai corretto chiedere di non pubblicare una recensione negativa; 

- Non è mai, mai, mai corretto chiedere al recensore di non dichiarare i propri interessi. In pratica è come chiedere di essere disonesti, e anche di infrangere la legge; 

- Se davvero ti sta bene violare la tua integrità personale (e la legge), almeno non venderti per un misero ebook. Insomma, un po’ di amor proprio. 

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KJ Charles è autrice ed editor freelance. Vive a Londra col marito, due figli, un giardino fuori controllo e un gatto sempre più assassino. Scrive più che altro romance, gay ed etero, spesso storici e non di rado con un pizzico di fantasy o horror. Come editor è specializzata in romance – soprattutto storici e fantasy – e narrativa per bambini. 

I suoi romanzi in lingua inglese sono pubblicati da Samhain e Loveswept; in Italia, Triskell Edizioni ha tradotto – per ora – i primi due volumi della serie Consorzio di gentiluomini: Una raffinata trasgressione e Una sensuale ribellione

Potete trovarla su Twitter come @kj_charles oppure su Facebook, unirvi al suo gruppo FB, o scriverle all’indirizzo kjcharleswriter@gmail.com.







venerdì 5 agosto 2016

Caccia all'uomo - Minerva Stevens

Titolo: Caccia all'uomo
Autore: Minerva Stevens
Editore: Autopubblicato
Pagine: 120
Prezzo: 2,99 €

Voto: 3.5-4/5

Trama:
"Partiamo subito col dire che devi essere deciso, positivo e sicuro che troverai il tuo futuro uomo. Gli approcci ideali sono quelli che forniscono una scusa per parlare con te. Capisci cosa intendo?"
Il Natale, si sa, è sempre ricco di sorprese. E di obblighi sociali.
Ecco perché, quando Ryan scopre che alla festa organizzata dai propri genitori ci sarà anche il suo ex, va nel panico.
Come può fare per dimostrare a Connor che la sua vita senza di lui procede alla grande? Ma certo! Fingendo di avere un bellissimo fidanzato.
Parte così la "Caccia all'uomo". Riuscirà Ryan a trovare il ragazzo perfetto entro la Vigilia di Natale?

Recensione:
La storia di "Caccia all'uomo" è narrata in prima persona da Ryan, protagonista che comincia la sua avventura in un modo davvero triste, ma che riuscirà con fatica a ottenere il suo happy ending.
Innamorato come un ragazzino nelle prime pagine, Ryan crea subito tenerezza nel lettore. Quando scopre, poi, che l'uomo che credeva essere quello dei suoi sogni l'ha solo usato in tutto e per tutto, non si può non sperare che trovi il modo di essere felice.
Ryan, quindi, abbandona tutto e decide di cambiare completamente vita, arrivando a rifugiarsi in Canada. Riesce a realizzare il suo sogno lavorativo e la sua vita è abbastanza piena, finché non accetta di tornare a casa per Natale e scopre che il suo ex sarà presente. Mente, preso dal desiderio di dimostrare (a se stesso forse) quanto stia bene senza di lui, e dovrà rimediare in fretta all'errore.
La storia, come si può notare, è molto semplice e non molto originale. Prevedere l'evoluzione della trama, infatti, non è né difficile né impegnativo, ma riesce a coinvolgere. I personaggi ci sono un po' tutti per questo genere: c'è il bel ragazzo di cui è quasi d'obbligo per il protagonista prendersi una cotta, c'è la migliore amica, l'antagonista, i genitori, la donna di servizio che fa parte della famiglia... ma mi è comunque piaciuto il modo in cui sono stati trattati, considerando anche i limiti di una scrittura in prima persona, e il modo in cui evolvono.
Ho molto apprezzato il modo in cui i genitori affrontano inizialmente la sua omosessualità (molto più realistico di quando accettano il tutto quasi felici) e di come si impegnino nel loro processo di crescita.

Mi sono piaciuti un po' tutti i personaggi e ho provato davvero fastidio per l'antagonista, antipatico dall'inizio alla fine.
Il libro, come ho detto, non spicca per originalità, ma ottiene un voto abbastanza alto perché mi ha intrattenuto, mi ha coinvolto e mi ha fatto passare del tempo in modo piacevole e divertente (cosa che ritengo fondamentale per un libro), e perché è scritto davvero bene. Non ho praticamente notato refusi e il testo scorre senza intoppi dall'inizio alla fine.
Interessante la copertina, che trasmette la sensazione di natale ma anche della "caccia", facendomi all'inizio pensare a un thriller, dando, forse, un tocco di fascino in più al tutto (anche se forse inganna un po' sul genere).
Consiglio, quindi, questo libro, soprattutto a chi vuole staccare un po' e leggere un classico romance, divertente e con un bel lieto fine.



lunedì 13 giugno 2016

La torre fantasma - Taro Nogizaka

Manga: La torre fantasma
Mangaka: Taro Nogizaka
Editore: Panini Comics
Volumi: 9
Anno: 2010
Genere: Soprannaturale, drammatico, Horror, Mistero

Voto: 5/5


Trama:
Una torre. Un omicidio. Un mistero. Suggestioni alla Edgar Allan Poe che Taro Nogizaka declina in un manga avvincente... Che cos'è successo nella torre dell'orologio? Le indagini di Taichi e dell'enigmatico Tetsuo verranno a capo del caso? Le risposte in uno strabiliante mystery dai toni soprannaturali. (Dal sito dell'editore)

Recensione:
Eccomi a recensire un genere di letteratura diverso dal solito, ma che io amo follemente e su cui già so che scriverò molto, scusate.
La torre fantasma, manga di Taro Nogizaka, è tratto dall'omonimo romanzo di Ruiko Kuroiwa, è composto di nove volumi in totale e, nonostante in Italia sia stato edito solo da poco (siamo solo al secondo volume pubblicato), io l'ho già letto tutto, in inglese. Non ho mancato, tuttavia, di acquistare questa fantastica opera; desideravo troppo esporla nella mia libreria.
Non voglio raccontarvi troppo della trama, ma posso dirvi che la storia è ambientata nel Giappone degli anni '50 e ha per protagonista Taichi, ragazzo un po' scapestrato che preferisce rifugiarsi nei libri invece di affrontare la realtà, che incontra l'affascinante Tetsuo. Quest'ultimo prima gli fa ottenere un lavoro, poi gli salva la vita e subito dopo lo coinvolge in una spericolata caccia al tesoro.
Gli elementi ci sono tutti: c'è il giallo, ci sono personaggi misteriosi e a tratti inquietanti, figure che sembrano provenire dal mondo ultraterreno, follia e trappole assassine.
Taichi è il personaggio che si evolve di più; la sua personalità, per quanto lui sia un adulto e quindi essa sia in parte formata, sembra ancora grezza, non forgiata dal vivere realmente il mondo esterno alla sua stanza, ed è quella che subirà più cambiamenti, oscillando tra i mille imprevisti che affronterà ma alla fine trovando un suo equilibrio e una sua realizzazione. La sua è una figura che rispecchia una realtà moderna, un giovane che non trova il suo scopo, la sua spinta vitale, qualcosa che lo porti ad agire e a dare un senso alla sua vita. Taichi lo trova, lo perde, lo ritrova, lo cambia, con l'incostanza che un percorso di crescita può riservare, seguendo l'onda dei dubbi, dei sospetti e dei sentimenti, ma trovando alla fine un suo completamento.
Tetsuo è la figura che ho amato maggiormente e che ho sentito più vicina. Ho sentito davvero la sua sofferenza e ho tifato per lui dall'inizio alla fine. È un personaggio complesso, costretto a vivere una situazione molto difficile con coraggio, soprattutto considerando il tempo in cui vive. L'ho ammirato e amato in modo particolare e resta il mio personaggio preferito. Vorrei spendermi in mille parole ma ci sono cose che potrei spoilerarvi quindi mi fermo qui.
Ci sono moltissimi altri personaggi, ognuno con un passato e un carattere ben definito, hanno uno scopo, una missione e sono disposti spesso a tutto per ottenere ciò che vogliono. Alcuni si amano da subito e per tutta l'opera (come Yamashina), altri si amano e poi si odiano ma poi si comprendono, altri si odiano... e poi non più e poi si riodiano, in un'altalena di emozioni che disorienta man mano che si scoprono nuovi segreti. Alcuni di essi sono facilmente intuibili, altri sono più sorprendenti. I sospetti su chi sia davvero il colpevole rimbalzano da una persona all'altra come in un flipper a una velocità sempre maggiore man mano che si arriva al finale.
Ci sono momenti in cui la storia diventa quasi assurda e priva di senso, ma il tutto è narrato con un tale fascino che le pagine si divorano famelicamente. Io non riuscivo a staccarmene.
La trama è complessa e comprende diverse storie secondarie, che vengono narrate man mano che i due protagonisti avanzano nel loro viaggio. Proprio queste brevi avventure portano un tassello in più nella scoperta da parte del lettore della personalità dei protagonisti e allo stesso tempo nella loro evoluzione. La storia potrebbe deludere in alcuni punti, in cui, come ho detto, si storce un po' il naso davanti ad alcune rivelazioni ma vi posso assicurare che sono limitati nei 9 volumi e, sebbene maggiormente presenti verso la fine, non tolgono nulla alla bellezza della storia. Tutto, infine, è condito da riferimenti ad altre opere e strizzatine d'occhio in un gioco costante a scoprire la verità.
Il finale è un po' particolare e strano, ma mi è piaciuto molto. La felicità è personale e ognuno ha diritto a cercarla e a trovarla, in qualsiasi modo essa si manifesti (sempre che questo non implichi il male di qualcuno ;D).
Chi, come me, ama le cacce al tesoro, i misteri e gli indovinelli, avrà pane per i suoi denti, soprattutto una volta entrati nella torre.
I disegni, infine, completano il tutto. Sono davvero fantastici: molto precisi nelle architetture e negli abiti, molto espressivi nei volti e ben delineati sui personaggi, difficilmente si confondono due persone tra di loro. Bellissimi le immagini iniziali dei capitoli e le copertine dei volumi.
Ho scritto molto, lo so, ma ho davvero amato quest'opera, mi ha colpito profondamente, come non mi accadeva da tempo, mi ha incuriosito, fatto soffrire, desiderare una pagina in più dimenticando la realtà. Mi hanno infiammata le tematiche affrontate, davvero molte più di quanto appare, e mi è piaciuto anche il modo in cui sono affrontate.
Vi consiglio profondamente di acquistare questa piccola perla, non ve ne pentirete minimamente.

venerdì 3 giugno 2016

Spietati gentiluomini - Ginn Hale

Titolo: Spietati gentiluomini
Autore: Ginn Hale
Editore: Triskell Edizioni
Pagine: 219
Prezzo: 4,99 €

Voto: 4,5/5

Trama: Belimai Sykes è molte cose. È un prodigo, il discendente di antichi diavoli, una creatura di oscure tentazioni e rari poteri. È anche un uomo con un passato brutale e una pericolosa dipendenza.  E Belimai Sykes è l’unico uomo a cui il capitano William Harper può rivolgersi quando deve affrontare una serie di sanguinosi omicidi.
Il signor Sykes, però, non lavora gratuitamente e il prezzo della sua frequentazione costerà al capitano Harper ben più della propria reputazione.
Dai palazzi sontuosi dei nobili, dove la vivisezione e la stregoneria sono celati da una patina dorata, ai quartieri malsani dei Bassinferi, il capitano Harper deve combattere per la giustizia e per la propria vita.
Ha molti nemici e il suo unico alleato è un diavolo che conosce fin troppo bene. Sono questi i pericoli che si incontrano quando si ha a che fare con gli spietati.

Recensione: Sapete quanto è difficile scrivere una recensione positiva, quando non si ha nemmeno un paio di punti da criticare? Molto. E per questo sarò anche breve. La trama mi aveva colpita, ma è stata la cover a catturarmi fin dai primi istanti. È diversa dalle altre cover di libri romance e come la cover, così il romanzo. Non ci ritroviamo, di fatto, davanti a un paranormal romance, ma a un fantasy con una storia d'amore che si sviluppa accanto alla storia principale, ossia quella dei delitti e delle indagini e che ci accompagna attraverso la scoperta non solo dei due personaggi, ma anche del mondo in cui vivono.
Due cose ho apprezzato in particolar modo in Spietati gentiluomini:
- lo stile molto curato: a volte ho riletto alcuni passaggi per goderne la scelta delle parole e la struttura della frase. Uno stile che potrebbe non catturare da subito, ma che  di certo non lascerà indifferenti;
- e il mondo creato dall'autrice: un mondo che non ci viene descritto, ma direttamente mostrato, a tal punto che all'improvviso ci si ritrova, senza nemmeno accorgersene, all'interno del romanzo, a vedere con i propri occhi, seppur immaginari, l'ambiente che ci circonda, le persone che lo abitano, i diavoli nei Bassinferi. Ginn Hale non ci annoia mai con descrizioni lunghe, ci porta in quei posti e fra una battuta di dialogo, un avvenimento e un incontro, ci mostra cosa ci circonda.
Davvero un bel romanzo che merita di essere letto. Non aspettatevi però il solito romance: niente cliché, niente scene di sesso fin troppo spinte, niente dichiarazioni di amore eterno dopo il primo incontro.
Consigliato! 

mercoledì 1 giugno 2016

Il diritto di tacere

Lo avrete visto anche voi. Se vi piacciono i libri, se seguite autori su Facebook (soprattutto autori di letteratura di genere), è impossibile che non vi siate mai trovati di fronte a esortazioni di questo tipo, accompagnate spesso e volentieri da hashtag: 

TI È PIACIUTO UN LIBRO?
 Allora lascia un commento!
Sostieni il tuo autore preferito: recensisci il romanzo su Amazon!

Confesso che a me, in genere, queste cose scivolano addosso. Occasionalmente ho provato un lieve fastidio, comunque sanabile tramite utilizzo della rotellina del mouse (scroll down). Ma se invece di scappare, per una volta, mi fermo e provo ad analizzare il fenomeno… beh, accipicchia. Il martellamento pare essere dilagante.

Ci sono un sacco di motivi per cui l’Internet del “Condividi!” mi inquieta, ma non voglio entrare nel merito (a chi fosse interessato ad approfondire, però, consiglio la lettura de Il cerchio, di Dave Eggers); voglio esprimere un disagio.

Io non recensisco. Non lascio la mia opinione su Amazon. Non ho un account Goodreads attivo. Non mi piace dare le stelline. E non mi piace nemmeno sentirmi “una cattiva lettrice” per questo. Sono dell’idea che, a fianco/al posto degli atti pubblici, quelli privati possano avere anche più valore: presente il passaparola? Il consiglio non richiesto all’amico? Il libro ficcato fisicamente in mano all’amica, anche senza il suo consenso, con l’ordine tassativo LEGGILO E POI PARLIAMO?

Sono dell’idea che chi scrive recensioni su Amazon o su Goodreads, magari anche chi lo fa sempre, scriva in realtà alcune recensioni buone, utili, sagge, sentite, e altre (la maggior parte) un po’ superflue. Ma del resto, cosa puoi scrivere quando il libro non lo ami, ma nemmeno lo odi? Cosa puoi scrivere quando non ti convince, ma nemmeno ti disgusta?
Penso, fra l’altro, che nemmeno agli autori piacciano le recensioni “meh” – quelle che ti fanno capire che non sei arrivato al lettore. Che poi, non è quello che pensavi anche quando il lettore-non-raggiunto non te la scriveva, la recensione? (Consolati, autore che non riesce a ottenere reviews su Amazon; la percentuale di chi recensisce, sul totale di chi legge il libro, è di 1:200. Hai venduto 200 copie e hai “solo” 4 recensioni? Wow, è il quadruplo della media!)

Ho il sospetto, addirittura, che chi dice “recensiscimi!” in realtà voglia dire “recensiscimi bene!”; potrei scrivere un papiro sugli autori che fanno review-shaming in pubblico, sulle loro pagine, mettendo alla berlina o direttamente insultando i lettori che hanno osato assegnare loro solo 1 o 2 stelline. Potrei, ma ne uscirebbe una filippica lagnosa,quindi evito.



Sono dell’idea, fra le altre cose, che gli autori dovrebbero sempre tenere a mente il loro ruolo, e il ruolo dei loro libri, nelle vite di chi li legge. A me, ad esempio, piace leggere per staccare. Prima di andare a letto, per conciliarmi il sonno (lo so che sembra brutto, ma funziona… quasi sempre). Mentre mangio, se mangio sola, per non annoiarmi. Tutto il giorno, a volte, perché quello che sto leggendo mi ha catturata a tal punto che…
Ma non smetto di lavorare, di mangiare, di coccolare i gatti. Non lascio morire le piante. Non trascuro gli amici – non per leggere. Forse tu, autore, se sei fortunato, se ti dà di che vivere, dedichi ai tuoi libri ogni ora della tua giornata. Forse ce la dedichi ugualmente, perché anche quando sei lontano dalle tue storie e dai tuoi personaggi, pensi solo a quando potrai tornare da loro. È una cosa bellissima, e personalmente ti invidio per questo sentimento, questa devozione. Ma è la tua devozione, e non puoi pretenderla da me. Non sempre, non da tutti, non per tutti i libri – e forse mai. Dipende da quanto sei bravo.

Riporto, qua di seguito, la traduzione di un post della scrittrice Penny Watson in merito agli hashtag e alle esortazioni a recensire di cui dicevo all’inizio. E aggiungo, al termine, il mio “diritto di lettore” preferito – visto che si parla tanto di doveri di chi legge.

Ecco cosa penso della valanga di post che circolano da qualche giorno su come i lettori debbano “provvedere al sostentamento” degli autori, su come vada scritta una recensione eccetera eccetera.
1. Lettori, non siete responsabili del mio sostentamento, né del successo/fallimento della mia carriera di autore/autrice.
2. Lettori, non mi dovete niente. Non mi dovete recensioni, né “mi piace”, né commenti; non siete tenuti a “diffondere il verbo” sui social media né altrove.
3. Lettori, non vi chiederò mai di “barare” per me… e questo include segnalare come utili le recensioni a 5 stelle e come inutili quelle negative; falsificare le recensioni su Amazon per “fare numero”; segnalare quelle ad altri autori – e qualunque altra pratica poco pulita.
4. Lettori, se avete preso il mio libro in prestito in biblioteca o da un amico… Andate in pace. È un vostro diritto, e non mi riguarda.
5. Lettori, avete un solo compito: leggere. Se vi va. Avete il diritto di avere una vostra opinione, di prendere i libri in prestito, e non siete minimamente tenuti a “provvedere” o “preoccuparvi” per me.
Mi fa piacere ricevere recensioni entusiaste? Ovvio che sì.
Considero i lettori alla stregua di servetti/tirapiedi? Col cavolo.

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"Il diritto di tacere
L’uomo costruisce case perché è vivo ma scrive libri perché si sa mortale. Vive in gruppo perché è gregario, ma legge perché si sa solo. La lettura è per lui una compagnia che non prende il posto di nessun’altra, ma che nessun’altra potrebbe sostituire. Non gli offre alcuna spiegazione definitiva sul suo destino ma intreccia una fitta rete di connivenze fra la vita e lui. Piccolissime, segrete connivenze che dicono la paradossale felicità di vivere, nel momento stesso in cui illuminano la tragica assurdità della vita. Cosicché le nostre ragioni di leggere sono strane quanto le nostre ragioni di vivere. E nessuno è autorizzato a chiederci conto di questa intimità.
I rari adulti che mi hanno dato da leggere hanno sempre ceduto il passo ai libri e si sono ben guardati dal chiedermi che cosa avessi capito. A loro, naturalmente, parlavo delle mie letture. Vivi o morti che siano, a loro dedico queste pagine."

Daniel Pennac, Come un romanzo. Traduzione di Yasmina Melaouah. Feltrinelli, 2000, pagina 139.


Articolo scritto da Martina Nealli



mercoledì 25 maggio 2016

Scrittura: leggere, leggere, leggere... ma cosa?

La scorsa settimana abbiamo parlato dei manuali di scrittura. Una delle cose più ripetute in questi testi è quella più ovvia: per scrivere bisogna leggere, leggere, leggere.

Ma cosa? E soprattutto come?

Leggere per migliorare nella scrittura non è la stessa cosa che leggere per solo piacere. E chi sa di cosa parlo potrà confermare che una volta imparato a leggere per scrivere non si potrà più tornare indietro.

Mi viene spesso criticato come recensisco i libri  perché, anche quando le recensioni sono positive, ci sono alcuni difetti che metto in evidenza. Questo è dovuto al fatto che leggo in modo differente, forse più attento, rispetto al lettore medio. E ho imparato a farlo negli anni.

Leggere per scrivere (un romanzo, un racconto, ma anche semplicemente un articolo di blog o una recensione) significa andare a scovare tutti i punti forti e tutti quelli deboli di un romanzo. Significa anche cercare di riconoscere le tecniche narrative usate dall’autore, capire come sono state impiegate e decidere se il risultato è qualcosa di buono o no, se è qualcosa che ci ispira e che vogliamo imitare o, al contrario, qualcosa che ci segniamo mentalmente di non fare mai.

Sempre parlando del come leggere, bisognerebbe a questo punto precisare una cosa.  E lo faccio rivolgendovi la stessa domanda che sento spesso fare in giro, soprattutto a inizio anno, quando partono le reading challenge di Goodreads.
“Quanti libri leggi in un anno?”
Ho tanti lettori forti fra i contatti, su Facebook. A volte leggo risposte tipo: 250. E penso: “Aspe’, 250? Ma riesci anche a mangiare e a dormire? Non hai figli, vero? Lavori? Leggi invece di lavorare?”
Tutte domande a cui una persona dovrebbe rispondere di farmi i fattacci miei, giustamente. Ma è perché leggo queste risposte che poi mi vengono in mente gli argomenti per i miei articoli, cosa credete? XD

Precisiamo dunque che c’è una differenza enorme tra un lettore-lettore che legge e un lettore-scrittore che legge. Il primo potrà leggere 250 libri all’anno alla velocità della luce: probabilmente a queste persone non interessa nulla delle tecniche narrative, ma interessa solo la storia. Sono lettori e basta. Leggono e basta. E va bene così.


Il lettore-scrittore, invece, non è un semplice lettore. Il lettore-scrittore, anche quando legge per puro piacere, non può fare a meno di notare certe cose, di segnarsi frasi (magari perché scritte bene, con una prosa bella, dove si vede il lavoro o il talento di un autore). Quando un lettore-scrittore legge, automaticamente si annota cose (a mente o scrive dei veri e propri appunti), rilegge alcuni pezzi, cerca di capire in che modo la trama si  intreccia, riconosce un cliffhanger, storce il naso davanti a un infodump pesante, gioisce quando legge un pezzo scritto bene e sospira perché vorrebbe saper scrivere anche lui così. Il lettore-scrittore assapora le parole. Perché sa che così facendo può migliorare. Un lettore-scrittore non legge 250 libri in un anno. Per due motivi: 1. per fare quello che vi ho elencato qui sopra bisogna avere tanto tempo e voglia di imparare; 2. questo tempo lo scrittore non ce l’ha, o meglio dire, ha pochissimo tempo, perché per vivere deve anche andare a lavorare, visto che la scrittura di solito non ti fa campare, in Italia. Se uno scrittore mi dice che legge 250 libri, io capisco che non ha capito come leggere.

E volete ridere? Sapete come legge un editor? Con le mani fra i capelli quando si tratta di molti esordienti, con lunghi sospiri quando legge i grandi capolavori. L’editor è messo peggio dello scrittore. L’editor storce il naso davanti a una virgola fuori posto, l’editor bestemmia se vede un infodump troppo evidente o se i dialoghi sono inverosimili. E non parlo di libri letti per lavoro, è questa la cosa triste.

L'editor che legge

Ovviamente tutto questo discorso non vale per le persone che nell’editoria ci lavorano. Se leggere libri è il nostro mestiere, ovvio che la soglia dei 250 testi letti in un anno si può superare (penso, per esempio, ai valutatori o ai correttori di bozze). 

Bene, e il come si legge è andato. Passiamo al cosa. Quando sento la risposta “leggo 250 libri all’anno”, oltre alla reazione che vi ho riportato prima, la domanda più grande che mi viene da fare è: “Ma cosa leggi?”

L’unica vera risposta che mi viene in mente è che sicuramente si tratterà di libri non impegnativi. Libri di cui, appunto, interessa solo la storia. E di nuovo qui mi ritrovo a dover fare la distinzione fra lettore-lettore e lettore-scrittore. Al primo non ho nulla da dire, sono i suoi gusti, è liberissimo di scegliere le letture che più gli piacciono. Al secondo, al lettore-scrittore, qualcosa da dire ce l’avrei.  Ed è che per scrivere bene non bisogna fossilizzarsi su un solo genere o su un solo tipo di letture. Bisogna saper alternare letture impegnative a letture semplici e di svago, classici a narrativa moderna, un genere all’altro. Se si vuole scrivere bene horror, non bisogna leggere solo horror. Se si vuole scrivere bene romance, non bisogna leggere solo romance. Se si vuole scrivere bene fantascienza non bisogna leggere solo fantascienza.

Non faccio un discorso di generi, per cui se voglio scrivere horror, allora devo leggere horror. Sono convinta, al contrario, che sia un discorso di stile, di forma e di arte del mestiere.

Naturalmente, se prediligo un genere e la mia aspirazione è scrivere proprio quel genere lì, sarà anche quello che leggerò di più.

Ma la base di tutto è lo scrivere bene. Posso avere la migliore storia in mente, ma se non sono in grado di metterla per iscritto, non sarà mai qualcosa di anche vagamente decente. E per scrivere bene bisogna leggere di tutto. Provare di tutto. Far proprie alcune tecniche e alcuni trucchetti del mestiere di uno o dell’altro autore. Bisogna creare il proprio stile da tutto ciò che abbiamo assimilato.

In conclusione: per scrivere bisogna leggere, certo. Ma leggere bene e leggere di tutto. Bisogna variare le letture per evitare di diventare solo un imitatore di stile. E, infine, bisogna prendersi il tempo per fare tutto ciò come si deve.